Agati

Ovunque. Tranne a scuola.

Io non sono pessimista: sono un ottimista bene informato.

Mi hanno chiamato a dire qualcosa sull’uso delle “nuove” tecnologie a scuola. Qualcosa di bello, di stimolante, di motivante.

Io so che la rivoluzione digitale è cosa buona e giusta.

E che è bella, leggera, ventosa, intrigante, comoda, indossabile.

Con l’iPad mi porto il mondo che voglio, dove voglio, quando voglio.

Anche qui ed ora, sul mio balcone, con una tazza di té, la brezza fra gli alberi e la gatta sulle ginocchia.

Quella digitale è una rivoluzione gentile, ecologica, elegante, sottilmente intelligente ed ironica.
Ovunque. Tranne a scuola.

Per cui, non so se riuscirò a dire cose carine e motivanti sulle nuove tecnologie a scuola.

Perché la scuola fa di tutto per trasformare la leggerezza in pesantezza. La semplicità in complessità. La libertà in costrizione. La bellezza in grigiore. La creatività in prescrizione. L’apprendimenti in istruzione.

Per far entrare un po’ di aria fresca nell’infilata grigia di aule grigie basterebbe dire ai nostri ragazzi di aprire la finestra che hanno in tasca. O nello zaino.

E respirare il vento di cime tempestose, e il profumo delle ninfee, e il sole di Montmartre e l’inno alla gioia. E salutare il viandante sul mare di nebbia mentre leggiamo la ballata del vecchio marinaio ascoltando un notturno di Chopin.

Già, basterebbe. Ma…

No, non sono pessimista: sono un ottimista bene informato.

 

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Tablet, totem e tabù (L’irresistibile ascesa dei barbari digitali)

Tablet, totem e tabù

(L’irresistibile ascesa dei barbari digitali)

 

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.
(da Aspettando i barbari, di Konstantinos  Kavakis, traduzione di Filippo Maria Pontani)

Quante volte, anche sul limitare inquieto delle sale insegnanti, abbiamo sentito dire che i ragazzi sono sempre più insipienti e demotivati? E quante volte la presunta inconsistenza cognitiva degli alunni è stata imputata all’ennesima moda tecnologica?

La tecnologia, insomma, diviene spesso il comodo alibi per l’insuccesso formativo e gli adolescenti di turno vengono tacciati di fannullaggine culturale perché – a seconda tempi – passano troppe ora davanti alla tv, ai videogiochi o al computer. E così, ultimamente, ad essere presi di mira dagli strali di certi integralisti dell’educazione sono stati soprattutto i ragazzi cresciuti fra web e tastiere, cellulari ed iPod. Quei ragazzi che, grazie ad una fortunata quanto prematura invenzione linguistica di Marc Prenski, vengono abitualmente definiti nativi digitali.

Per la verità, i nati negli ultimi anni del secolo scorso, pur vivendo livelli significativi di assuefazione digitale, affondano ancora le loro radici percettive in universi plasmati da persistenti coordinate analogiche. Solo oggi, infatti, possiamo dire con ragionevole certezza che l’involontaria profezia di Prenski si sta inverando alla grande. E che sulle soglie delle nostre vecchie scuole sono definitivamente approdati i primi autentici nativi digitali: bambini veramente hitech, che frequentano gli schermi interattivi fin dalla nascita, che considerano internet il principale strumento di info-intrattenimento e che apprendono e pensano in maniera differente da nonni, padri e fratelli maggiori.

Questa nuova generazione di barbari si va via via con-fondendo – senza soluzione di continuità – con altre fittissime schiere di mutanti che da anni stanno velocemente imparando a respirare con le branchie di google. E tutti assieme, più o meno appassionatamente, colonizzeranno ogni anfratto cognitivo della nuova dimensione umana.

Chi, per interesse o per mestiere, si mescola quotidianamente a centinaia di ragazzi che videogiocano, googlano, youtubano, twittano, taggano, condividono, messaggiano, chattano e deambulano perennemente appesi alle cuffiette dell’iPod o dell’ultimo smartphone non può che prendere atto di questa mutazione antropologica che genera nuovi comportamenti, nuovi linguaggi, nuove narrazioni, nuovi sensi.

L’accelerazione finale di tale rivoluzione garbata si deve all’adozione generalizzata della nuova interfaccia touch e alla conseguente disseminazione di una nuova generazione di devices come gli smartphone e i tablet. Tanto è vero che l’iPad è ormai l’indiscussa icona del nuovo digital lifestyle, il totem della nuova dimensione mediale, l’arma finale con cui le tribù digitali assediano l’analogico fortino della scuola.

Perché il tablet è intelligenza, leggerezza, curiosità, bellezza, divertimento. Il tablet lo tocchi e sei operativo (in classe, in piazza, in aereo, in balcone, a letto). Il tablet, con una robusta copertina, si apre come un diario, si usa come un quaderno, si legge come un libro, si appoggia in ogni dove (sulle ginocchia, sul banco, sullo scalino, sul piumone), si ripone in qualsiasi zainetto. Con il tablet la scrittura diventa fluida, vaporosa, svelta, musicale. Con il tablet la lettura diventa più facile e gradevole: si può orientare la pagina, ingrandire i caratteri, regolare la luminosità, sottolineare, evidenziare, chiosare, commentare, condividere, tradurre, ricercare. Un tablet fa da biblioteca, da astuccio, da block notes, da laboratorio linguistico, da enciclopedia, da atlante, da dizionario. Con il tablet puoi disegnare, fotografare, filmare, registrare, ascoltare e fare musica. Con il tablet puoi tessere intriganti relazioni sentimentali : puoi leggere Coleridge ascoltando Chopin e sfogliando di tanto in tanto le malinconiche vedute di Frederich. E se in classe il prof accenna al taylorismo, in due secondi ti ritrovi il Chaplin di Tempi moderni che in dieci minuti ti spiega l’alienazione come meglio non si potrebbe in dieci ore di lezione frontale. Perché per navigare, surfare, cercare, condividere, e taggare un tablet non ha rivali.

L’unico vero concorrente del tablet è lo smartphone, soprattutto per i ragazzi che lo trovano più mobile e più trendy. Ma fra uno smartphone di 5-6 pollici e un tablet di 7-10 pollici la differenza è minima e la sostanza è la stessa. Ci troviamo in ogni caso di fronte ad un talismano che marca definitivamente la  dissonanza fra due mondi, fra quello degli adulti e quello dei ragazzi, fra quello degli insegnanti e quello degli alunni, fra chi ha studiato il mondo passeggiando silente nei chiostri delle biblioteche e chi è nato con il mondo in mano.

E la scuola, come si pone di fronte all’onda lunga di questa pacifica invasione?

A parte l’ossimoro della sperimentazione perenne portata avanti da qualche volonteroso alchimista dei bit convertitosi anzitempo al verbo dei nativi, il mondo della scuola per il momento, appare ancora lontano dall’aver colto l’opportunità dello tsunami tecnologico per mettersi al passo coi tempi, per inserirsi finalmente nel flusso giovanile della vita reale, per cercare di sfruttare le nuove potenzialità mediatiche in vista di un ripensamento delle visioni pedagogiche e delle consuetudini didattiche. Nella sostanza, infatti, le nostre scuole sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale, dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte dove l’unica tecnologia tollerata è lo smartphone che i ragazzi tengono falsamente spento in tasca o sotto il banco.

È vero che tablet e web non sono la panacea di tutte le ignoranze. Né le bacchette magiche in grado da sole di trasformare le scuole in ambienti di apprendimento aperti e costruttivi. Ma è anacronistico continuare a bandire di fatto le nuove tecnologie dalle aule o relegarle in lontani laboratori degni solo di sporadiche visite guidate previo regolare prenotazione presso il tecnico-custode. Le nuove tecnologie non devono fagocitare le vecchie, ma devono almeno poterle affiancare, supportare, integrare, amplificare. È tempo, ormai, che tablet e rete abbiano a scuola almeno gli stessi diritti della penna, del gesso e del righello. E che i nostri ragazzi debbano mettere nello zaino, assieme a qualche libro e all’astuccio, anche l’iPad.

Ma la scuola resiste. Non solo con le sue rigide difese ambientali. Ma anche con raffiche inesauste di argomentazioni ammantate di apparente buon senso. Da più parti, infatti, si sostiene che la libera disseminazione di tablet in classe aumenterebbe le occasioni di distrazione e le possibilità di copiare: anziché seguire l’omelia sugli integrali o su Dante, i ragazzi potrebbero abbandonarsi a youtubate selvagge o ai flirt più o meno innocenti nelle indifese piazze di facebook. Senza contare che, durante le verifiche, potrebbero facilmente procurasi la versione di Seneca o la soluzione di un qualche teorema. A parte il fatto che lezioni e verifiche dovrebbero assumere sembianze più consone ai nuovi strumenti di conoscenza e condivisione nulla vieta che sia il docente (maestro di bottega) a stabilire d’arbitrio quando si deve, quando si può e quando assolutamente non si può usare il tablet. Come avviene già oggi, poniamo, per il dizionario, la calcolatrice o il bianchetto: c’è un tempo per usarli e un tempo per proibirli.

D’altra parte, però, le perplessità degli insegnanti sono umanamente comprensibili. Appare evidente, infatti, che lasciare in mano ai barbari le loro armi preferite significa minare la centralità della funzione docente, soprattutto quando viene essenzialmente intesa come trasmissione di conoscenze. Qualsiasi moccioso con il tablet in mano è in grado in pochi secondi di appurare se quel nome, quella data e persino quel concetto espressi ex cathedra sono precisi, corretti e chiari. Ed è anche per questo, credo, che l’avanguardia tecnologicamente illuminata della classe insegnante preferisce, alle armi mobili e leggere delle tavolette intelligenti, l’artiglieria pesante della videoproiezione digitale e della LIM. Così, se da una parte appare in via di estinzione certo ostracismo preconcetto nei confronti dei marchingegni digitali, non sembra altrettanto evidente la volontà di modificare radicalmente le strategie didattiche intimamente connesse alla logica della cattedra e del predellino. Salvo meritorie eccezioni, infatti, le tecnologie privilegiate dagli insegnanti sono appunto quelle che servono soprattutto per trasmettere contenuti, per fare vedere filmati e cose, per mostrare immagini, per perpetrare di fatto la comunicazione uno-molti. E di conseguenza non è raro vedere le onnipotenti lavagne interattive trasformarsi in nuovi raffinati teli di proiezione per vecchi documentari o per una serie più o meno accattivante di slides che dispensano i saperi sbriciolati della cultura in pillole e degli elenchi puntati. Poco a che vedere, insomma, con la vera partecipazione, interazione e condivisione.

Sembrerebbero politicamente più corrette le perplessità di chi vorrebbe evitare ai nostri ragazzi inutili disagi socioeconomici e considera sconveniente chiedere a tutte le famiglie di farsi carico dell’ulteriore spesa per i tablet. Preoccupazioni comprensibili, soprattutto in tempo di crisi. Sul mercato, però, non esistono solo i costosi gingilli della Apple, ma anche tavolette alternative altrettanto efficaci e dai costi abbordabili. Costi, poi, facilmente ammortizzabili tenendo conto che con un tablet si risparmia per dizionari, enciclopedie, atlanti, classici della letteratura e del pensiero. E che un insegnante appena un po’ coraggioso potrebbe decidere di fare a meno dei soliti – e spesso inutilmente monumentali – libri di testo per adottare ebook o, meglio ancora, realizzare, magari assieme ai suoi studenti, corsi digitali su misura (come dimostrano le molteplici esperienze nate attorno ad iTunes U della Apple o alle Google Apps for Education).

Il vero digital divide non sta dunque fra chi può e chi non può accedere alle nuove tecnologie, ma fra chi usa gli strumenti e chi sa cosa sta facendo, fra chi usa facebook e chi sa cos’è (come funziona, come si sostiene economicamente, chi lo controlla), fra chi si tuffa senza remore fra i flutti digitali e chi naviga conoscendone potenzialità e rischi. Tra chi subisce senza filtri la frammentazione cognitiva dei ritmi digitali e chi, invece, sa sfruttare le nuove opportunità comunicative con creatività ed equilibrio.

Sono prima di tutto i ragazzi che abitano spazi socioculturali più deboli a subire deficit di autonomia critica e ad utilizzare le potentissime propaggini elettroniche con faciloneria e superficialità. E dato che le tecnologie da sole non sono né educative né diseducative, tocca agli educatori smussare le disuguaglianze, difendere spazi di riflessione, far crescere consapevolezze, tessere trame olistiche, recuperare fili narrativi e costruire competenze digitali.

Da questo punto di vista, però, la strada da percorrere pare ancora lunga. Se da una parte è sempre più nutrita la schiera dei gutenberghiani che subiscono il fascino delle meraviglie digitali e tendono a fraternizzare con i barbari, dall’altra parte abbondano – fra genitori, docenti ed esperti vari – gli esponenti di un pensiero critico ostile nei confronti dei nuovi stili di vita mediali. Si parla e si scrive di cyberdipendenze  sempre più virali. Si lanciano appelli per aiutare i ragazzi a disintossicarsi da chat, gaming e social network. Si denunciano con forza i pericoli che s’annidano nella rete. Si paventano ventate di maleducazione dovuta al multitasking compulsivo. Si dipingono intere generazioni destinate a naufragare fra l’indistinta schiuma di saperi che galleggiano nelle reti. Si grida alla perdita del pensiero sequenziale.  Si descrivono ragazzi che non sanno più ascoltare, leggere, scrivere e parlare in modo corretto. Ragazzi dotati di un vocabolario ridotto e strutture sintattiche elementari. Ragazzi sottoposti a ripetuti attraversamenti di altri linguaggi per i quali la deconcentrazione continua è una vera patologia. Si arriva persino ad invocare la proibizione  per decreto dei tablet almeno nei primi anni di scuola, perché i bambini che si abituano a stare davanti ai touch screen farebbero poi fatica ad istaurare rapporti veri con vere persone in un contesto reale per incapacità di gestire gli impulsi emozionali.

Calma e gesso, verrebbe da dire. Ragazzi inconsapevoli, interrotti, isolati, disadattati, borderline – come si diceva all’inizio – ci sono sempre stati. In tutte le generazioni e in tutti i contesti. Ed anche se siamo nell’epicentro di una mutazione epocale – pari solo a quanto successo con l’invenzione della scrittura e forse della stampa – non è il caso di enfatizzare crepe ed inquietudini. Se ci sono patologie si cureranno. Se ci sono pericolose distorsioni si correggeranno. Ma qualche inevitabile incidente di percorso non deve impedirci di confrontarci serenamente con le diversità e di andare incontro al nuovo senza pregiudizi né tabù. E se proviamo a mescolarci serenamente ai nostri ragazzi – nei meandri di google, nelle piazze di facebook, nei corridoi delle scuole – scopriremo  certamente  discorsi frantumati, schegge di banalità, pensieri interrotti e tante stupidaggini. Ma troveremo anche modalità nuove e seducenti di esprimere emozioni antiche.

I ragazzi hanno una predisposizione istintiva alla multimedialità e al melting pot. Sanno raccontare e raccontarsi con rapide foto e svelti filmati. Sono maestri disinvolti nell’estetica del facile riuso. Prendono senza remore materiali dal web per manipolarli e inserirli in contesti diversi che ne moltiplicano le implicazioni e le potenzialità espressive. Hanno una straordinaria vitalità nel condividere e intrecciare pluralità infinite di legami multiformi.

Mescolandoci a loro, insomma, ci accorgeremmo che ancora una volta i barbari non sono giunti solo per distruggere e saccheggiare, ma per ridare vigore e sangue ad una dimensione umana ormai anemica e decadente.

La scuola, se vuole, può essere il luogo privilegiato di questo incontro di culture. Perché una testa ben fatta, oggi, si favorisce solo nella fusione fra i due modi di abitare il mondo. Assieme ai nostri ragazzi potremo disegnare le fascinose coordinate di un nuovo possibile umanesimo e di una nuova società, magari più liquida e incessante, ma non necessariamente più opaca e limacciosa.

(pubblicato in “Rivista dell’istruzione”, n. 2, marzo-aprile 2013, Maggioli, Rimini)

 

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Non abbiamo bisogno di apprendisti stregoni

Licia, una nuova amica della rete, commenta ironicamente le mie “giaculatorie” sulla sostenibile leggerezza della rivoluzione digitale e sul mio disincanto (cinico e crudele) nei confronti della capacità della scuola di adeguarsi al vento della storia.

Io non sono un pessimista, cara Licia, sono solo un ottimista informato sui fatti. E il mio ironico disincanto deriva dalla sorridente amarezza di un rosario infinito di fallimenti.  Per decenni ho creduto che le TIC potessero finalmente realizzare i sogni di antichi pedagoghi (Papert, Freinet…) e piegare la didattica verso lidi costruzionisti (costruttivisti)  dove i ragazzini diventano protagonisti del loro apprendimento, il docente è un maestro di bottega e la scuola un ambiente educativo gioioso ed efficace. Purtroppo non è stato così: la scuola non è cambiata, è solo peggiorata. E non sarà certo il profluvio di Tablet e Lim a cambiare la situazione. Come non lo è stata in un recente passato la disseminazione di computer e corsi d’aggiornamento vari (ForTic, eccetera). Cosa deve fare un insegnante in questo pantano da guado perenne? Fare bene il suo mestiere. Con le vecchie o con le nuove tecnologie. Se sei un bravo insegnante (poniamo di filosofia) sei bravo anche senza tablet; se sei un insegnante tonto, rimani tonto anche con l’iPad (certo che se sei bravo e sai usare la rete, diventi più bravo!). La stessa cosa per i tanto discussi (e spesso ridondanti) libri di testo. Se un libro è brutto (frammentato, dispersivo…) è brutto anche se si tramuta in ebook. Quanto alle nuove tecnologie, al di là delle mie giaculatorie entusiastiche, vanno semplicemente normalizzate: se devo fare una verifica (di italiano) dico ai miei ragazzi: usate quel cappero che volete: e loro arrivano tranquillamente chi con il tablet, chi con il portatile, chi con il foglio e la penna… molti hanno lo smartphone sul tavolo per cercare notizie o parole o per ascoltare la musica in cuffia. E c’è anche chi scrive senza scomporsi a mano e non ascolta musica. Chi ha tablet o PC mi spara il compito sulla nuvola e/o sul gruppo fb, gli altri mi consegnano i classicissimi fogli protocollo piegati a metà e vergati da antico inchiostro nero o blu. Ora il problema non è il mezzo (anche se correggere in digitale è molto più comodo ed efficace!): ma che quei testi (partoriti con penne o con tastiere fisiche o virtuali) siano interessanti, corretti, lineari, organici, PERSONALIZZATI (cioè non un mero assemblaggio di copiaincolla)…

Il problema della scuola non è la mancanza di tablet e LIM, è la mancanza di neuroni condivisi, di insegnanti bravi (tolte le solite minoranze), di strategie didattiche serie, di visioni pedagogiche… In queste condizioni, la disseminazione di LIM è inutile e spesso dannosa: quante volte abbiamo visto che sono proprio gli insegnanti mediocri ad appassionarsi ai nuovi gadget elettronici e a mascherare con gli effetti speciali dei bit la loro insipienza didattica e culturale?

Non abbiamo più bisogno di apprendisti stregoni che si autocelebrano come l’avanguardia tecnologica della classe (sic!) insegnante.

Abbiamo bisogno di normalità: di prendere atto che quelle cose lì (tablet, smartphone, nuvole, app…) ci sono, sono belle, sono leggere, sono sorridenti, sono potenti… e che si possono usare. Il come e il quando lo stabilisce l’insegnante nostromo che deve saper governare la nave (scuola) e la ciurma (ragazzi) dentro questo mare affascinante e tempestoso della conoscenza reticolare.

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nei meandri di google, nelle piazze di facebook, nei corridoi delle scuole

A me pare che la rivoluzione digitale sia già avvenuta. Completata. E che sia una rivoluzione buona e giusta. Facile, docile, gentile, intrigante, non inquinante.

Eppure abbondano – fra genitori, docenti ed esperti vari – gli esponenti di un pensiero critico ostile nei confronti dei nuovi stili di vita mediali. Si parla e si scrive di cyberdipendenze  sempre più virali. Si lanciano appelli per aiutare i ragazzi a disintossicarsi da chat, gaming e social network. Si denunciano con forza i pericoli che s’annidano nella rete. Si paventano ventate di maleducazione dovuta al multitasking compulsivo. Si dipingono intere generazioni destinate a naufragare fra l’indistinta schiuma di saperi che galleggiano nelle reti. Si grida alla perdita del pensiero sequenziale.  Si descrivono ragazzi che non sanno più ascoltare, leggere, scrivere e parlare in modo corretto. Ragazzi dotati di un vocabolario ridotto e strutture sintattiche elementari. Ragazzi sottoposti a ripetuti attraversamenti di altri linguaggi per i quali la deconcentrazione continua è una vera patologia. Si arriva persino ad invocare la proibizione  per decreto dei tablet almeno nei primi anni di scuola, perché i bambini che si abituano a stare davanti ai touch screen farebbero poi fatica ad instaurare rapporti veri con vere persone in un contesto reale per incapacità di gestire gli impulsi emozionali.

Calma e gesso, verrebbe da dire. Ragazzi inconsapevoli, interrotti, isolati, disadattati, borderline – come si diceva all’inizio – ci sono sempre stati. In tutte le generazioni e in tutti i contesti. Ed anche se siamo nell’epicentro di una mutazione epocale – pari solo a quanto successo con l’invenzione della scrittura e forse della stampa – non è il caso di enfatizzare crepe ed inquietudini. Se ci sono patologie si cureranno. Se ci sono pericolose distorsioni si correggeranno. Ma qualche inevitabile incidente di percorso non deve impedirci di confrontarci serenamente con le diversità e di andare incontro al nuovo senza pregiudizi né tabù. E se proviamo a mescolarci serenamente ai nostri ragazzi – nei meandri di google, nelle piazze di facebook, nei corridoi delle scuole – scopriremo  certamente  discorsi frantumati, schegge di banalità, pensieri interrotti e tante stupidaggini. Ma troveremo anche modalità nuove e seducenti di esprimere emozioni antiche.

Perché i ragazzi di oggi sono tanto diversi, ma anche tanto uguali a noi ragazzi di ieri.

 

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L’insostenibile pesantezza delle LIM

Le perplessità degli insegnanti nei confronti della disseminazione di tablet e smartphone in classe sono umanamente comprensibili. Appare evidente, infatti, che lasciare in mano ai barbari le loro armi preferite significa minare la centralità della funzione docente, soprattutto quando viene essenzialmente intesa come trasmissione di conoscenze. Qualsiasi moccioso con il tablet in mano è in grado in pochi secondi di appurare se quel nome, quella data e persino quel concetto espressi ex cathedra sono precisi, corretti e chiari. Ed è anche per questo, credo, che l’avanguardia tecnologicamente illuminata della classe insegnante preferisce, alle armi mobili e leggere delle tavolette intelligenti, l’artiglieria pesante della videoproiezione digitale e della LIM. Così, se da una parte appare in via di estinzione certo ostracismo preconcetto nei confronti dei marchingegni digitali, non sembra altrettanto evidente la volontà di modificare radicalmente le strategie didattiche intimamente connesse alla logica della cattedra e del predellino. Salvo meritorie eccezioni, infatti, le tecnologie privilegiate dagli insegnanti sono appunto quelle che servono soprattutto per trasmettere contenuti, per fare vedere filmati e cose, per mostrare immagini, per perpetrare di fatto la comunicazione uno-molti. E di conseguenza non è raro vedere le onnipotenti lavagne interattive trasformarsi in nuovi raffinati teli di proiezione per vecchi documentari o per una serie più o meno accattivante di slides che dispensano i saperi sbriciolati della cultura in pillole e degli elenchi puntati. Poco a che vedere, insomma, con la vera partecipazione, interazione e condivisione.

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Tablet: l’arma finale

65980acb5f03562744b22b08fb22fb98La rivoluzione digitale ha vinto.

L’accelerazione finale di rivoluzione garbata si deve all’adozione generalizzata della nuova interfaccia touch e alla conseguente disseminazione di una nuova generazione di devices come gli smartphone e i tablet. Tanto è vero che l’iPad è ormai l’indiscussa icona del nuovo digital lifestyle, il totem della nuova dimensione mediale, l’arma finale con cui le tribù digitali assediano l’analogico fortino della scuola.

Perché il tablet è intelligenza, leggerezza, curiosità, bellezza, divertimento. Il tablet lo tocchi e sei operativo (in classe, in piazza, in aereo, in balcone, a letto). Il tablet, con una robusta copertina, si apre come un diario, si usa come un quaderno, si legge come un libro, si appoggia in ogni dove (sulle ginocchia, sul banco, sullo scalino, sul piumone), si ripone in qualsiasi zainetto. Con il tablet la scrittura diventa fluida, vaporosa, svelta, musicale. Con il tablet la lettura diventa più facile e gradevole: si può orientare la pagina, ingrandire i caratteri, regolare la luminosità, sottolineare, evidenziare, chiosare, commentare, condividere, tradurre, ricercare. Un tablet fa da biblioteca, da astuccio, da block notes, da laboratorio linguistico, da enciclopedia, da atlante, da dizionario. Con il tablet puoi disegnare, fotografare, filmare, registrare, ascoltare e fare musica. Con il tablet puoi tessere intriganti relazioni sentimentali : puoi leggere Coleridge ascoltando Chopin e sfogliando di tanto in tanto le malinconiche vedute di Frederich. E se in classe il prof accenna al taylorismo, in due secondi ti ritrovi il Chaplin di Tempi moderni che in dieci minuti ti spiega l’alienazione come meglio non si potrebbe in dieci ore di lezione frontale. Perché per navigare, surfare, cercare, condividere, e taggare un tablet non ha rivali.

L’unico vero concorrente del tablet è lo smartphone, soprattutto per i ragazzi che lo trovano più mobile e più trendy. Ma fra uno smartphone di 5-6 pollici e un tablet di 7-10 pollici la differenza è minima e la sostanza è la stessa. Ci troviamo in ogni caso di fronte ad un talismano che marca definitivamente la  dissonanza fra due mondi, fra quello degli adulti e quello dei ragazzi, fra quello degli insegnanti e quello degli alunni, fra chi ha studiato il mondo passeggiando silente nei chiostri delle biblioteche e chi è nato con il mondo in mano.

E la scuola, come si pone di fronte all’onda lunga di questa pacifica invasione?

A parte l’ossimoro della sperimentazione perenne portata avanti da qualche volonteroso alchimista dei bit convertitosi anzitempo al verbo dei nativi, il mondo della scuola per il momento, appare ancora lontano dall’aver colto l’opportunità dello tsunami tecnologico per mettersi al passo coi tempi, per inserirsi finalmente nel flusso giovanile della vita reale, per cercare di sfruttare le nuove potenzialità mediatiche in vista di un ripensamento delle visioni pedagogiche e delle consuetudini didattiche. Nella sostanza, infatti, le nostre scuole sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale, dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte dove l’unica tecnologia tollerata è lo smartphone che i ragazzi tengono falsamente spento in tasca o sotto il banco. (da un saggio che sto preparando per la pubblicazione su…)

Scuole e tecnologia: un fallimento annunciato

“Si parla molto di informatica nelle scuole, ma i sistemi scolastici non si lasciano sedurre, sono impermeabili ai cambiamenti radicali, resistono e proteggono il loro impianto di base. In altri termini la rivoluzione tecnologica che imperversa al di fuori del mondo scolastico e che produce quotidianamente novità di ogni genere, dai trasporti ai laboratori di ricerca, dalle cucine agli elettrodomestici, non intacca più di quel tanto le scuole dove si continua a insegnare, a funzionare come se le TIC non fossero che un accidente, un addentellato che non incide sulla rotta dei sistemi scolastici, sulla loro struttura, sui programmi, sulle regole che lo governano.”

 

Leggi le considerazioni di Julien Tartaglia, redattore responsabile per le questioni scolastiche dell’edizione francese dell’ HuffingtonPost

 

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