di vino, di sballo, di frati e di pavidi educatori

Nominato da una mia possibile nuora, ho accettato pubblicamente la sfida. Un gioco che mi dicono si chiami “NekNomination”. Si tratta, in pratica, di bere un bicchiere di qualcosa di alcolico a goccia. Cioè tutto d’un fiato. E poi di pubblicare il video dell’impresa su facebook e di nominare altri tre partecipanti. Una catena di santantonio un po’ cretina e, dicono, pericolosa.

La mia prima reazione è stata quella di non stare al gioco. In fondo, mi sono detto, sono un educatore. Anzi: un educatore al cubo: sono papà, insegnante, vicepreside. E persino amministratore di una cittadina ridente ed importante.

Ma poi ci ho ripensato. Perché, in fondo, rinunciare sarebbe stato un atteggiamento farisaico. Da sepolcro imbiancato. Perché a me piace bere. Una sorsata di birra ghiacciata in piena estate. Un aperitivo con gli amici sul far della sera. Un buon bicchiere di vino rosso nelle cene di famiglia.

L’unico problema me lo poneva la modalità. Il fatto di bere a goccia, tutto d’un fiato. Che per il vino, si sa, è una bestemmia. Perché il vino va centellinato, sorseggiato, gustato con la dovuta lentezza.

Ma anche questo non mi sembrava sufficiente per rifiutare l’invito. Perché non mi è mai piaciuto passare per censore. Perché mi piace mescolarmi coi ragazzi e con la vita. Perché è più facile stare in tribuna che rischiare nell’arena. Perché è più facile proibire che educare.

Perché è la cultura dello sballo che va contrastata,
non l’accettazione consapevole e responsabile dei piaceri della vita.

Così ho scelto accuratamente il vino. Un Gewurztraminer dell’Abbazia di Novacella. Un vino che richiama la bellezza delle valli alpine. Un vino che richiama la lentezza e la saggezza di antiche generazioni di monaci. Un vino che profuma di prati e di poesia. E l’ho bevuto. D’un fiato, sì, per stare al gioco. Ma lentamente. E formulando sereni auspici per una buona vita.

Poi, alla schiera di detrattori che hanno censurato il mio gesto, ho suggerito una lettura. Di un altro monaco benedetto. Che ha scritto parole di saggezza sul buon bere. Che poi, a pensarci bene, sono parole di saggezza sull’educazione.

Ogni genitore, ogni insegnante, ogni potenziale educatore dovrebbe trascrivere queste parole nella propria mente. E recitarle a memoria, prima di profferir sentenze.

“Certo, il vino richiede misura, esige responsabilità, e il gustarlo diventa un’arte quando si è capaci di giungere al punto di sobria ebbrezza in cui ci si libera dalla compostezza senza cedere a un movimento sfrenato. Un equilibrio difficile, che richiede un apprendistato nel bere il vino: nessuno impara da sé a goderne.

Occorre qualcuno che educhi chi è giovane a bere con intelligenza, per acquistare libertà e non per annegarsi nell’oblio, per condividere la gioia e non per sfidare se stessi, per gustare la genuinità e non per smarrirsi nei miscugli.

Esercitarsi in questo senso significa apprendere, proprio attraverso il vino l’arte dell’autocontrollo, quell’arte che fornisce alla vita il senso della misura, l’accettazione del limite, l’accesso alla libertà che non degenera.

Anche per questo il vino nella Bibbia è metafora della sapienza; c’è addirittura una convergenza tra vino e sapienza nel rallegrare la vita dell’uomo, nell’accendere un fuoco nel suo cuore, nel dare senso all’esistenza […]

Nella mia comunità facciamo in modo che quando lo beviamo sia vino di qualità, vino scelto, così che quando prendiamo il bicchiere in mano siamo stupiti dai profumi, quando lo accostiamo alle labbra ci sorga spontanea una benedizione, quando il vino giunge al palato e sulla lingua il gusto ci faccia un po’ sognare…” Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, in “Ogni cosa alla sua stagione

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