nei meandri di google, nelle piazze di facebook, nei corridoi delle scuole

A me pare che la rivoluzione digitale sia già avvenuta. Completata. E che sia una rivoluzione buona e giusta. Facile, docile, gentile, intrigante, non inquinante.

Eppure abbondano – fra genitori, docenti ed esperti vari – gli esponenti di un pensiero critico ostile nei confronti dei nuovi stili di vita mediali. Si parla e si scrive di cyberdipendenze  sempre più virali. Si lanciano appelli per aiutare i ragazzi a disintossicarsi da chat, gaming e social network. Si denunciano con forza i pericoli che s’annidano nella rete. Si paventano ventate di maleducazione dovuta al multitasking compulsivo. Si dipingono intere generazioni destinate a naufragare fra l’indistinta schiuma di saperi che galleggiano nelle reti. Si grida alla perdita del pensiero sequenziale.  Si descrivono ragazzi che non sanno più ascoltare, leggere, scrivere e parlare in modo corretto. Ragazzi dotati di un vocabolario ridotto e strutture sintattiche elementari. Ragazzi sottoposti a ripetuti attraversamenti di altri linguaggi per i quali la deconcentrazione continua è una vera patologia. Si arriva persino ad invocare la proibizione  per decreto dei tablet almeno nei primi anni di scuola, perché i bambini che si abituano a stare davanti ai touch screen farebbero poi fatica ad instaurare rapporti veri con vere persone in un contesto reale per incapacità di gestire gli impulsi emozionali.

Calma e gesso, verrebbe da dire. Ragazzi inconsapevoli, interrotti, isolati, disadattati, borderline – come si diceva all’inizio – ci sono sempre stati. In tutte le generazioni e in tutti i contesti. Ed anche se siamo nell’epicentro di una mutazione epocale – pari solo a quanto successo con l’invenzione della scrittura e forse della stampa – non è il caso di enfatizzare crepe ed inquietudini. Se ci sono patologie si cureranno. Se ci sono pericolose distorsioni si correggeranno. Ma qualche inevitabile incidente di percorso non deve impedirci di confrontarci serenamente con le diversità e di andare incontro al nuovo senza pregiudizi né tabù. E se proviamo a mescolarci serenamente ai nostri ragazzi – nei meandri di google, nelle piazze di facebook, nei corridoi delle scuole – scopriremo  certamente  discorsi frantumati, schegge di banalità, pensieri interrotti e tante stupidaggini. Ma troveremo anche modalità nuove e seducenti di esprimere emozioni antiche.

Perché i ragazzi di oggi sono tanto diversi, ma anche tanto uguali a noi ragazzi di ieri.

 

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Sogni di antichi pedagoghi?

Leggi attentamente questa parte dell’intervista a Papert e…

Come sarà la scuola del prossimo millennio? (Intervista a Seymour Papert, New York, 04/04/1998)

Quale è la Sua opinione sull’uso delle nuove tecnologie nella didattica?
Risposta
Quando parliamo di nuove tecnologie nella scuola è importante chiarire se si parla di una prospettiva a lungo termine – cosa succederà tra dieci o venti anni- o se si parla di cosa accadrà domani. Usiamo questa metafora: immaginiamo delle persone dell’Ottocento che abbiano viaggiato nel tempo per vedere come si fanno le cose al giorno d’oggi . Tra loro c’è un chirurgo, e immaginiamo il chirurgo dell’Ottocento in una moderna sala operatoria: egli sarebbe del tutto disorientato, non avrebbe la più pallida idea di che cosa stia succedendo, con tutti quegli strumenti elettronici che suonano. Penserebbe che il paziente è morto, non saprebbe nulla dell’anestesia. Questo è quello che io chiamo un ‘mega-cambiamento’: noi assisteremo ad un mega-cambiamento nell’educazione; e cambierà tanto quanto sono cambiati i trasporti o le telecomunicazioni. Ci inganniamo se crediamo che ci saranno solo pochi, piccoli, cambiamenti. Quali sono i grandi cambiamenti? Io penso che la scuola si fondi sul modello di una linea di produzione in cui si mettono delle conoscenze nella testa delle persone. Si comincia con la prima fase e poi si passa alla seconda fase e si distribuisce un poco di conoscenza alla volta. Si passa dalla prima alla seconda alla terza, e tutto questo è necessario perché si pensa che gli insegnanti debbano insegnare un po’ per volta. Adesso i ragazzi non hanno più bisogno di acquisire nozioni in questo modo, e con la moderna tecnologia dell’informazione possono imparare molto di più facendo, possono imparare facendo ricerca da soli, scoprendo da soli. Il ruolo dell’insegnante non è quello di fornire tutte le parti della conoscenza ma di fare da guida, di gestire le situazioni molto difficili, di stimolare il ragazzo, forse, di dare consigli. Ma questa è un’immagine della scuola del tutto diversa. Io penso che il vero problema sia come agiamo oggi avendo in mente questa prospettiva a lungo termine, perché non possiamo cambiare la scuola dall’oggi al domani, non si può realizzare un mega-cambiamento dall’oggi al domani; si possono solo fare piccoli cambiamenti. Ma dobbiamo smettere di pensare che questi piccoli cambiamenti facciano fare pochi progressi al sistema così come lo conosciamo. Bisogna pensare ai piccoli cambiamenti come passi verso il grande cambiamento che avverrà. Dobbiamo sapere in che direzione sta andando, e poi come prepararlo. E io penso che il miglior modo per farlo è quello di creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte prendendo da Internet le informazioni di cui hanno bisogno, lavorano insieme, realizzano cose difficili. L’insegnante li consiglia, li guida. E, quindi, l’insegnante deve abituarsi all’idea di rispettare gli alunni in quanto persone che imparano, di riconoscere che essi producono le loro stesse conoscenze, che la vecchia aspirazione che molti pedagoghi avevano avuto che i ragazzi possano imparare sperimentalmente facendo cose che per loro sono veramente importanti, alla fine, possiamo immaginare di realizzarla in questo modo. Questo discorso riguarda le vecchie concezioni ben radicate su come vorremmo che i ragazzi imparassero, e la tecnologia rende possibile la realizzazione dei sogni dei vecchi pedagoghi….”

Sei d’accordo con il sogno di Papert?

Nella tua scuola ci sono “situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati”? Quali?

Hai suggerimenti da dare ai tuoi prof. in proposito?