Storia di aspirapolveri, tablet e pappardelle

Io ero uno di quei bravi maschietti che si davano da fare (anche) in casa. Tiravo di tanto in tanto l’aspirapolvere, appaiavo le calze, talvolta cucinavo, annaffiavo i gerani, dipingevo pareti, montavo mobili, sturavo lavandini, sistemavo gli impianti elettrici, aggiustavo tapparelle, riparavo gli elettrodomestici…

Poi mi sono riempito la vita in altro modo e non ho più tempo per i ciappini di casa. E così mia moglie mi sassa ogni giorno con le camere che sono da pittare, e i rubinetti che perdono, e le porte che cigolano, e la lavastoviglie che non funziona, e l’aspirapolvere che s’accende a intermittenza… E visto che io non sono più ligio al dovere casalingo, propone ad ogni passo di chiamare l’imbianchino, e l’idraulico, e di comperare la lavastoviglie nuova e…
Ma io – in questo un po’ scozzese – resisto con un muro di politiche promesse: non ti preoccupare, tesoro, domani, o posdomani, o la prossima settimana, o la prossima estate…

Questa mattina l’ho vista trafficare con l’Ipad: stava confrontando i prezzi dei meglio aspirapolvere che ci sono sul mercato. E me li snocciola quasi ridendo. Trattengo il fiato e anche qualcos’altro. Poi corro a smontare l’aspirapolvere acciaccato. Rimetto a posto la guarnizione, pulisco il filtro, sostituisco la spina e in meno di mezzora la creatura torna a respirare a pieni watt.

Mia moglie sorride mentre smanetta ancora con l’Ipad: questa volta sta guardando gli ultimi modelli di ariane lavastoviglie. Mi precipito in cucina. Sposto la lavastoviglie, la apro, la corico, la studio, la provo… e mi arrendo. Capisco che in effetti è giunta ahimè al fin della sua vita. Va bene, amore – dico – dopopranzo andiamo a MediaWorld.

Vado finalmente a lavarmi e mi preparo per andare in piazza quando mi scappa ancora l’occhio su Fiorenza che ha gli occhi ancora nell’Ipad. Mi sale la pressione e mi scende un po’ di bile. M’avvicino bieco al pericoloso duo pronto a sfogare tutta la mia educazione da bar sport e da balera. Ma per fortuna lo sguardo s’incolla al poetico titolo della schermata luminosa: pappardelle con funghi porcini e bresaola.

Riprendo fiato. Sorrido dentro me. La bacio sui capelli. E m’incammino leggero verso il centro del paese pensando al vino da abbinare.

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Poi piovve dentro a l’alta fantasia

“Poi piovve dentro a l’alta fantasia” è il verso di Dante, tratto dal XVII canto del Purgatorio, che Italo Calvino sceglie per introdurre la lezione dedicata alla Visibilità nell’ambito delle Charles Eliot Norton Poetry Lectures dell’Università di Harvard cui è stato invitato per l’anno accademico 1985-86.

La lettura di quel verso si trasforma in “constatazione”: “La fantasia – chiosa Calvino – è un posto dove ci piove dentro”. È dunque una specie di luogo naturale, interno ma nello stesso tempo aperto all’interferenza degli elementi.

Non so perché mi è venuto in mente oggi questo verso. Forse perché stavo correggendo i temi dei miei NUOVi ragazzi di terza. Che scrivono robe seriose, partoriscono periodi lunghi, s’innamorano di parolone desuete. E che sono stati programmati all’idea che un “tema” da liceo deve essere lungo, complesso, verboso, privo di di pioggia e di vapori d’anima. E, naturalmente, che non si inizia né si finisce un periodo con la e.

Così, ho pensato a Calvino. Alle sue intriganti lezioni americane. Alla sua idea di scrittura che nuota attorno ad oasi di idee azzurre: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità.

“DOPO QUARANT’ANNI CHE SCRIVO FICTION, DOPO AVER ESPLORATO VARIE STRADE E COMPIUTO ESPERIMENTI DI DIVERSI, È VENUTA L’ORA CHE IO CERCHI UNA DEFINIZIONE COMPLESSIVA PER IL MIO LAVORO; PROPORREI QUESTA: LA MIA OPERAZIONE È STATA IL PIÙ DELLE VOLTE UNA SOTTRAZIONE DI PESO” (LEGGEREZZA)

“MI LIMITERÒ A DIRVI CHE SOGNO IMMENSE COSMOLOGIE, SAGHE ED EPOPEE RACCHIUSE NELLA DIMENSIONE DI UN’EPIGRAMMA” (RAPIDITÀ)

“COME HOFMANNSTHAL HA DETTO: ‘LA PROFONDITÀ VA NASCOSTA. DOVE? ALLA SUPERFICE’. E WITTGENSTEIN ANDAVA ANCORA PIÙ IN LÀ DI HOFMANNSTHAL, QUANDO DICEVA: ‘CIÒ CHE È NASCOSTO, NON CI INTERESSA’ (ESATTEZZA)

“C’È UN VERSO DI DANTE NEL PURGATORIO (XVII, 25) CHE DICE: ‘POI PIOVVE DENTRO A L’ALTA FANTASIA’.  (VISIBILITÀ)

“OGNI VITA È UN’ENCICLOPEDIA, UNA BIBLIOTECA, UN INVENTARIO D’OGGETTI, UN CAMPIONARIO DI STILI, DOVE TUTTO PUÒ ESSERE CONTINUAMENTE RIMESCOLATO E RIORDINATO IN TUTTI I MODI POSSIBILI” (MOLTEPLICITÀ)

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Scuola a rischio zero

[Ok, sono pronto ad altre accuse, ma… ma le pietre lanciatemi da bravi animatori del politicamente corretto, mi ha fatto venire in mente questa ormai vecchia riflessione che…]

Ci pensavo proprio oggi pensando ai miei figli. Alex ha 24 anni. Luca 22. Non hanno mai fatto a botte. Niente occhi neri. Niente sampietrini in testa. Niente corse pazze per sfuggire al branco assatanato. Niente…

Io, qualche volta, sono tornato a casa pesto e sanguinante. E mia madre, che non si beveva improbabili storie di cadute in bicicletta, mi pestava ancora senza tante spiegazioni.

Ricordo una delle tante volte che mi scazzottai con Luciano. Io riuscii a pestarlo un bel po’, ma lui, quasi mi cavò un occhio con un pugno disperato. Quando arrivai a casa, mia madre mi cazziò e me le diede di brutto con un bastone (relativamente piccolo e flessibile, però!).

Non aveva ancora finito che arrivò la madre di Luciano a protestare.
Mia madre la liquidò con veneta saggezza, e poi, mi risuonò ancora un po’.

Non c’era settimana nel mio villaggio della bassa dove non si registrasse fra noi mocciosi un qualche atto di ancestrale guerra.
E in vacanza, dalla nonna, ti alzavi all’alba per andare nella stalla con lo zio. E spalavi come un grande cariolate di letame.

Quando il destino baro volle per me un futuro da studente, mi guadagnai cinque anni di collegio e vari mesi d’iniziazione sadica alla mala education.

E poi gli scontri coi fascisti, i sampietrini in testa, le occupazioni oziose e i carrarmati di Bologna. E i servizi d’ordine con spranghe d’ordinanza. E qualche amico scivolato oltre il confine.

Il nonnismo codificato della scuola ufficiali lo sopportai – a quel punto – con stoico compiacimento. E la baionetta fra i denti.

Ci pensavo proprio oggi pensando ai miei figli. Non hanno mai fatto a botte. Non hanno mai preso botte. Non sono stati in collegio. Non faranno il militare. E nemmeno i loro amici, e gli amici degli amici.

E non sono sicuro che sia una bella cosa.

Perché al di là delle sparate mediatiche sul mediatico bullismo, stiamo cercando di costruire – nelle scuole – modelli di società a rischio zero. Ma temo che questo atteggiamento sia pericoloso.

Una vita senza rischi non esiste. E comunque non è vita.

Una scuola senza rischi non è scuola. Non scuola di vita, almeno.

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Bisogna educare alla caduta

La mia leggera partecipazione alla sciocca catena santantoniana della neknomination ha sollevato un dibattito infinito. A tratti interessante. Ma più spesso astioso. E cattivo nei miei confronti.

Sono stato accusato di tutto. E di più (come ho già ricordato nel post precedente).

Sono stato denunciato come untore. Venditore di vizi in cerca di facile popolarità.

Non voglio difendermi. Non avrebbe senso.

Torno sull’argomento solo perché, in fondo, questo è un bel dibattito: un confronto intrigante: un discorso sul dialogo e sull’educazione. E sul perfetto educatore.

Io non so se esistono educatori perfetti: stando ai rimproveri di qualche collega, forse sì: forse esiste il docente (il genitore, l’amministratore) che non fuma, non beve, non impreca, non desidera la donna d’altri, divide l’etichetta di carta dalla bustina del tè per la differenziata, non prende psicofarmaci, non si incazza, crede nell’omeopatia, non molla un calcio in culo ai figli, spegne la luce dell’ufficio quando esce, ha tutte le fatture del dentista e tutte le ricevute del parrucchiere.

Io non sono perfetto. Né come umano, né come educatore.

E noi che non siamo perfetti, ogni tanto sbagliamo. Ogni tanto rischiamo. Ogni tanto cadiamo. E magari ci facciamo male. Molto male.

Ma forse è per questo che noi educatori imperfetti riusciamo talvolta a comprendere le adolescenziali imperfezioni.

Se un ragazzo non cade mai, non ha bisogno dell’educatore. E se cade, non ha bisogno di un educatore perfetto che gli ripete fino alla noia che non doveva cadere dopo avergli ripetuto fino alla noia che doveva stare in piedi. Magari camminando con gli anfibi sul filo teso sopra la nostra follia sociale. Se un ragazzo cade, noi dobbiamo aiutarlo a rialzarsi.

Bisogna educare alla caduta.

Per educare alla risalita. Fino a trovare un equilibrio il meno instabile possibile.

Certo la catena che mi ha coinvolto è stupida. E si presta alle facili rimostranze della gente sensata, e non solo dei moralisti. Nessuno mi ha costretto. Ero di fronte ad una scelta. Potevo fare una bravata da macho e scolarmi una pinta di rum e poi buttarmi in una piscina ghiacciata. Potevo semplicemente NON partecipare. Oppure potevo tentare di dimostrare che si può partecipare con ironia ed un pizzico di saggezza.

Di primo acchito avevo scelto la busta numero due. Poi, dopo varie elucubrazioni, ho scelto consapevolmente la terza via. Quella più difficile, per un educatore. Cercare di comprendere e mescolarsi con la vita, senza perdere la propria autorevolezza.

Essere autoritari è facile (lo dico da ex ufficiale dell’esercito!). Essere autorevoli è più complesso.

Certo potevo anche partecipare bevendo – con ironia – un succo di frutta. O un chinotto. O un tè al bergamotto. Ma sarei stato poco credibile agli occhi di chi mi conosce. E che sa che amo bere (senza ubriacarmi), che adoro pizzocheri e tortelli (senza esagerare), che mi piace guardare le belle donne (ma che non tradirei mai moglie), che spesso mi indigno (senza alzare le mani)…

Ma siamo sempre lì: per essere educatori bisogna essere autorevoli. Per essere autorevoli bisogna essere credibili. Per essere credibili bisogna fare i conti con i propri limiti. Ripensare alle proprie cadute per poter comprendere – prima di stigmatizzare – le cadute altrui. Io ci ho provato. Io ci provo. Consapevole che non è possibile costruire una scuola (di vita) senza rischi. Perché senza rischi non c’è crescita.

PS:

Una chiosa infine sull’accusa generica tipica degli educatori perfetti: chi partecipa alla neknomination è scemo (nella più benevola delle ipotesi) a prescindere.
Mentre penso che scemo a prescindere sia chi esprime giudizi a prescindere.La mia possibile nuora che mi ha nominato, è una ragazza intelligente, consapevole, educata, con una grande cultura. Come mio figlio che ho nominato. E le amiche che a sua volta Luca ha nominato (che, fra l’altro, hanno bevuto a goccia un’intera bottiglia di… succo di frutta!).
Uno non è stupido o intelligente perché è dentro o fuori la rete, perché partecipa o meno ad un gioco: uno è intelligente perché è intelligente. E se è intelligente è consapevole. E se è intelligente e consapevole vive dentro e fuori dalla rete. E se è intelligente e consapevole si fa influenzare dalle mode/ossessioni solo se vuole, quando vuole, e nel modo che vuole. Per cui io accetto tutte le critiche, ma non quella di essere un untore narciso e sprovveduto che diffonde in modo bieco mode ed ossessioni.
Io non credo di aver fatto una cosa sbagliata. È più difficile educare che proibire. È la cultura dello sballo che va contrastata, non l’accettazione consapevole e responsabile dei piaceri della vita. Chi ha una vera cultura del BUON VINO non si ubriaca. Ma, appunto, la parola magica è tutta qui: cultura! Buona cultura e buona vita

Mario Agati

Mario Agati

di vino, di sballo, di frati e di pavidi educatori

Nominato da una mia possibile nuora, ho accettato pubblicamente la sfida. Un gioco che mi dicono si chiami “NekNomination”. Si tratta, in pratica, di bere un bicchiere di qualcosa di alcolico a goccia. Cioè tutto d’un fiato. E poi di pubblicare il video dell’impresa su facebook e di nominare altri tre partecipanti. Una catena di santantonio un po’ cretina e, dicono, pericolosa.

La mia prima reazione è stata quella di non stare al gioco. In fondo, mi sono detto, sono un educatore. Anzi: un educatore al cubo: sono papà, insegnante, vicepreside. E persino amministratore di una cittadina ridente ed importante.

Ma poi ci ho ripensato. Perché, in fondo, rinunciare sarebbe stato un atteggiamento farisaico. Da sepolcro imbiancato. Perché a me piace bere. Una sorsata di birra ghiacciata in piena estate. Un aperitivo con gli amici sul far della sera. Un buon bicchiere di vino rosso nelle cene di famiglia.

L’unico problema me lo poneva la modalità. Il fatto di bere a goccia, tutto d’un fiato. Che per il vino, si sa, è una bestemmia. Perché il vino va centellinato, sorseggiato, gustato con la dovuta lentezza.

Ma anche questo non mi sembrava sufficiente per rifiutare l’invito. Perché non mi è mai piaciuto passare per censore. Perché mi piace mescolarmi coi ragazzi e con la vita. Perché è più facile stare in tribuna che rischiare nell’arena. Perché è più facile proibire che educare.

Perché è la cultura dello sballo che va contrastata,
non l’accettazione consapevole e responsabile dei piaceri della vita.

Così ho scelto accuratamente il vino. Un Gewurztraminer dell’Abbazia di Novacella. Un vino che richiama la bellezza delle valli alpine. Un vino che richiama la lentezza e la saggezza di antiche generazioni di monaci. Un vino che profuma di prati e di poesia. E l’ho bevuto. D’un fiato, sì, per stare al gioco. Ma lentamente. E formulando sereni auspici per una buona vita.

Poi, alla schiera di detrattori che hanno censurato il mio gesto, ho suggerito una lettura. Di un altro monaco benedetto. Che ha scritto parole di saggezza sul buon bere. Che poi, a pensarci bene, sono parole di saggezza sull’educazione.

Ogni genitore, ogni insegnante, ogni potenziale educatore dovrebbe trascrivere queste parole nella propria mente. E recitarle a memoria, prima di profferir sentenze.

“Certo, il vino richiede misura, esige responsabilità, e il gustarlo diventa un’arte quando si è capaci di giungere al punto di sobria ebbrezza in cui ci si libera dalla compostezza senza cedere a un movimento sfrenato. Un equilibrio difficile, che richiede un apprendistato nel bere il vino: nessuno impara da sé a goderne.

Occorre qualcuno che educhi chi è giovane a bere con intelligenza, per acquistare libertà e non per annegarsi nell’oblio, per condividere la gioia e non per sfidare se stessi, per gustare la genuinità e non per smarrirsi nei miscugli.

Esercitarsi in questo senso significa apprendere, proprio attraverso il vino l’arte dell’autocontrollo, quell’arte che fornisce alla vita il senso della misura, l’accettazione del limite, l’accesso alla libertà che non degenera.

Anche per questo il vino nella Bibbia è metafora della sapienza; c’è addirittura una convergenza tra vino e sapienza nel rallegrare la vita dell’uomo, nell’accendere un fuoco nel suo cuore, nel dare senso all’esistenza […]

Nella mia comunità facciamo in modo che quando lo beviamo sia vino di qualità, vino scelto, così che quando prendiamo il bicchiere in mano siamo stupiti dai profumi, quando lo accostiamo alle labbra ci sorga spontanea una benedizione, quando il vino giunge al palato e sulla lingua il gusto ci faccia un po’ sognare…” Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, in “Ogni cosa alla sua stagione

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In fondo, il libro di testo è…

Domani subirò un’altra riunione del gruppo monodisciplinare. E ancora parleremo di libri di testo: l’avveniristica tecnologia educativa che imperversa come sempre nelle nostre paludate aule scolastiche. Di ogni ordine e grado.

E così mi sono ricordato di una mia antica battuta – confesso un po’ guascona – che mi scappò dall’animo in una  analoga riunione di tanto tempo fa. Quando la dotta coordinatrice  – vedendomi piuttosto distratto dal mio nuovo portatile Toshiba – mi chiese di esprimermi in merito alla scelta del testo di letteratura, la risposta se ne è uscita spontanea:

– Per me non è un problema: datemi qualsiasi libro e vi ci abbasserò il mondo!

Le esimie colleghe di riunione mi hanno guardato un poco strano e poi hanno continuato a dibattere sull’opportunità di ritornare ad un moderato storicismo o se perseverare in certo formalismo o se sposare il compromesso dei sei volumi luperiniani o se…

Sono passati anni. E anni. Ma siamo ancora lì. Al libro di testo cementato al centro dell’universo scolastico. Al libro di testo solido, scultoreo, fermo, resistente. All’impavido baluardo contro le ventate leggere e seducenti di tablet e nuvole.

In fondo, il libro di testo è il comodo feticcio per insegnanti pavidi, l’insipido surrogato del sudore di bottega, la vetusta cifra dell’uomo goutemberghiano, l’illusione antropologica di scansie d’acero e d’abete. L’inutile fucina d’inutile tuttologia allineata e coperta.

E domani sceglieremo il nuovo libro di letteratura. Millanta volumi che promettono d’immillarsi in altri millanta volumi digitali da scaricare su millanta piattaforme mobili e rutilanti. Un libro denso di sentieri e labirinti sconsolanti. Dove qualche sfilacciato filo narrativo verrà sfarinato, sminuzzato, tagliuzzato da indici e scalette, schemi e titoletti, figure e filetti, mappe e quizzettoni, note, richiami, rimandi, grassetti, sfondi. E naturalmente link (altrimenti mica potrebbe definirsi libro misto, come vuole la carrozza).

E domani sceglieremo il nuovo libro di letteratura. Cambieremo ancora perché non cambi nulla.

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La scuola per gli scout

Un gruppo scout della mia (bellissima) cittadina, mi ha fatto un’intervista sulla scuola. Che propongo anche qui…

quali crede che siano gli obbiettivi della scuola? cosa si deve ottenere attraverso l’educazione scolastica?

La domanda richiederebbe una risposta molto articolata, perché naturalmente gli obiettivi sono diversi a seconda del livello di scuola. In termini generali, comunque, si può dire che la scuola – in sinergia con tutte le altre agenzie formative (famiglia, gruppi sportivi, oratorio, parrocchia, amici, eccetera) – serve appunto ad educare, a far crescere la persona (e il gruppo-classe) negli aspetti fondamentali della vita: la ricerca di un senso da dare alla propria esistenza, l’acquisizione critica di un solido capitale culturale, l’appropriazione degli strumenti adatti per diventare cittadini attivi e responsabili, la capacità di inserimento professionale. Nel suo percorso di apprendimento un ragazzo dovrebbe acquisire:

  • una discreta disinvoltura comunicativa (in italiano e in inglese)
  • solide competenze in matematica, scienza e tecnologia
  • una consapevole competenza digitale (la scuola oggi dovrebbe impegnarsi molto nella media education)
  • convincenti competenze sociali e civiche.

Alla fine del suo percorso scolastico, insomma, un ragazzo dovrebbe essere un buon cittadino, dovrebbe saper comunicare con efficacia utilizzando tutti gli strumenti a disposizione, dovrebbe avere spirito di iniziativa e, soprattutto, dovrebbe aver imparato ad imparare.

è soddisfatto del sistema scolastico italiano o cambierebbe qualcosa?

Non sono assolutamente soddisfatto del sistema scolastico italiano, e quindi – se avessi la bacchetta magica – cambierei molte cose. Intanto farei sparire le medie che sono la vera anomalia del nostro sistema. Lascerei un ciclo primario di 6-7 anni dove i ragazzi acquisiscono le competenze basilari secondo una didattica laboratoriale (improntata all’apprendimento attivo, al costruzionismo e al costruttivismo) senza la frantumazione disciplinare tipica delle nostre medie. Subito dopo i ragazzi, in base alle competenze acquisite (alle loro attitudini e ai loro interessi), dovrebbero scegliere un percorso liceale (di 4-5 anni) che presenti alcune specificità disciplinari (area scientifica, area umanistica, varie aree tecniche).

Abolirei il valore legale del titolo di studio, le bocciature e le rimandature. Alla fine del percorso liceale la scuola dovrebbe rilasciare solo una certificazione delle competenze. La selezione viene demandata in entrata all’Università (o nel mondo del lavoro).

Inoltre andrebbe rivisto tutto il meccanismo di reclutamento degli insegnanti (e dei dirigenti) che dovrebbero in ogni caso essere valutati periodicamente.

Io sogno, insomma, una scuola che insegni a vincere e non solo a partecipare (Don Milani prendeva gli studenti a calci in culo, se necessario), una scuola fatta di studenti e non di scolari, una scuola animata da insegnanti e non da impiegati della pubblica istruzione, una scuola democratica.

E una scuola democratica è una scuola che da a tutti le possibilità di costruirsi un futuro, è una scuola che funziona, è una scuola che fa studiare e che regala ai ragazzi il sottile piacere della sofferenza.

La realtà scolastica di Formigine (con la costruzione di due scuole elementari ) crede sia una bella realtà?

Formigine, oltre ad essere una delle cittadine più belle della nostra provincia, rappresenta anche una delle realtà più avanzate anche dal punto di vista scolastico. Formigine è uno dei pochissimi comuni che nonostante la crisi ha costruito due nuove scuole belle ed antisismiche. E questa è un’ottima opportunità per i nostri ragazzi perché sappiamo bene che studiare in un ambiente confortevole e funzionale è molto più motivante ed efficace che studiare in un luogo poco adeguato. Dobbiamo sempre ricordarci, però, che la scuola la fanno soprattutto le persone (studenti, docenti e personale ata) e che i luoghi hanno un’anima solo se fra quelle pareti si sono costruite esperienze significative e solidi ricordi.

Lei contribuisce con il suo mestiere a migliorare la qualità dell’insegnamento nelle scuole? come?

Io non so se contribuisco a migliorare in qualche modo la qualità dell’insegnamento. Ci provo. cercando di disseminare nell’aria germogli di passione, frammenti di cultura, dubbi critici, competenze. E, soprattutto, operando con l’esempio.

Riguardo alle ultime rilevazioni del’OCSE-PISA e all’importanza che viene data nella formazione fin dalle scuole primarie delle competenze logico-matematiche, non crede si tenga troppo poco conto degli alunni in quanto persone con emozioni e stati d’animo…   La scuola Italiana viene spesso considerata all’ultimo posto rispetto a questi parametri, si parla troppo poco della capacità di inclusione e di integrazione della nostra scuola come nessun altra in Europa, lei cosa ne pensa?

Io sono abbastanza in linea con le aspettative OCSE-PISA. Perché credo che il compito della scuola sia principalmente quello di dare delle competenze vere, solide, efficaci e spendibili. Anche e soprattutto in campo matematico e scientifico in genere. Non sono neanche così convinto che la scuola italiana si distingua per la capacità di inclusione e integrazione. Le statistiche OCSE-PISA (e non solo) dimostrano infatti che il successo scolastico è direttamente proporzionale all’estrazione socioeconomica dei ragazzi. E una scuola che non abbatte di fatto le differenze sociali, è una scuola che ha fallito la sua missione. Certo egualitarismo di maniera ha socializzato il cazzeggio e privatizzato le competenze.

[il figlio del professionista può anche sopportare 13 supplenti di italiano, zero ore di media education (educazione all’uso dei nuovi strumenti digitali), un docente d’inglese approssimativo, ore di educazione  passate a guardare fil o a parlare del più e del meno tanto l’italiano lo impara a casa, l’iPad ce l’ha a casa, l’inglese lo impara a Londra e lo sport lo fa al circolo di papà. È il moderno diseredato – poniamo: l’extracomunitario? – che se l’italiano non lo impara a scuola, il tablet non ce l’ha a scuola, l’inglese non lo pratica a scuola l’educazione fisica non l’impara a scuola… rimarrà diseredato].

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